| Domenico BIGIONI Presidente Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani |
Scenario del tartufo: presente e futuro | ![]() |
| Il passato storico
del tartufo é stato raccontato da molti, quasi sempre in maniera
suggestiva perciò dal punto di vista scientifico non ci ha tramandato
molto. Il presente ha ereditato dagli anni settanta una tartuficoltura che può definirsi scienza, perché da Torino dove FASSI, PALENZONA e FONTANA realizzarono, in laboratorio, la prima micorrizia, pratica trasferita in Francia e quì elaborata da Gerard CHEVALIER e altri. Da non dimenticare però che la prima micorrizazione di piante simbionti fu iniziata qualche anno prima dal MANNOZZI TORINI impiegando per primo la sterilizzazione della terra da invaso, pratica tuttora in uso, che però, alla luce di alcune moderne concezioni dovrà essere rivista. Nei primi anni 80 ho avuto lopportunità di partecipare ad un convegno, quale relatore, a fianco di due eminenti studiosi, Arturo Ceruti e Anna Fontana. Molte situazioni sono state passsate al vaglio da questi ricercatori, che hanno sempre consigliato molta cautela nei confronti della tartuficoltura. E inutile, perciò, ricominciare la sicumera che il nero si produce coltivandolo e il bianco un po meno. Tutti gli operatori seri sanno come stanno le cose e la realtà é che un prodotto può considerarsi tale se alimenta un mercato! Può dirsi questo del Tuber magnatum coltivato? Ognuno tragga le sue conclusioni. Recentemente alcuni istituti di ricerca hanno deciso di impostare la identificazione delle micorrize facendo ricorso a tecniche biomolecolari , ma cé da dire che le micorrize possono essere identificate se esistono! Purtroppo in molti casi tale premessa non esiste, inquanto non si é ancora riusciti a produrle in condizioni controllate come nel caso del Tuber magnatum causa la difficoltà a fare germinare le spore, che come si sa é evento preliminare alla formazione delle micorrize e in seguito dei tartufi. Cé da auspicare che la ricerca batta nuove vie di indagine e particolarmente quella della germinazione delle spore, come produrre micelio e come stimolarne il passaggio alla fase sessuale di riproduzione, che significa ottenere il frutto, il carpoforo, chiamato impropriamente tartufo, ovvero a quanto la tartuficoltura si propone come obiettivo. Ci consola il fatto che ciò, presso qualche istituto di ricerca , si stia facendo e confidiamo che si ottengano quindi sempre maggiori risultati. Siamo grati agli organizzatori dei vari convegni che con una cadenza positiva, dopo quello di Spoleto, procurano con i rispettivi atti una base ed un filo conduttore per più indirizzi di ricerca e di osservazione. Durante il convegno dellAquila del Marzo 1992 un argomento che suscitò curiosità e timore in chi credeva al tartufo totalmente legato alla pianta, fu la la possibilità dellesistere del tartufo quale saprofita. Leggendo gli atti dei convegni durante questi ultimi anni siamo stati aiutati a capire quali siano i punti nodali del problema tartufo: ad esempio sterilizzare la terra da invaso o in antitesi immettere in questa microorganismi, quali batteri, come si apprende dal convegno di LAquila, Scannerini, 1992 in merito a ceppi batterici associati al fungo micorrizico Laccaria laccata. Questo lavoro merita di essere ponderato perché tanti sono i punti e le considerazioni che possono condurre alla futura tartuficoltura. Il batterio preso in considerazione si chiama Helper che vuol dire aiutante e lautore coglie loccasione per dire in tono propiziatorio: speriamo che Helper ci aiuti a risolvere il misterioso problema del tartufo. Sempre dal convegno dellAquila altri autori ci fanno desumere la convivenza di alcune specie di Tuber sulla stessa pianta e sulla stessa tartufaia e che la competizione fra i vari funghi può essere relativa, anzi cé da dedurne una certa sinergia; inoltre la supposta insidia della Sphaerosporella brunnea non esiste nei confronti del Tuber magnatum, pare non veritiera perché si e riscontrato che lazione micorrizica di questo micete é molto legata allambiente di serra ; i problemi che si incontrano nella coltivazione del magnatum non sono quindi di competizione, ma poggiano sulla difficoltà della germinazione delle sue spore e su altri parametri che la ricerca dovrà mettere in evidenza. Da ciò si deve desumere che la presunta competitività fra i funghi e perciò fra i tartufi va riconsiderata. Nellambito del convegno delle Langhe liguri, Arturo Ceruti ricordava che oltre a zuccheri e aminoacidi, nella pianta si sintetizzano notevoli quantità di sostanze ricche di energia, come ATP, NADPH, le quali migrano sicuramente fino alle radici . Vi é allora da chiedersi : che cosa succede oltre le radici e le micorrize, nella rete miceliare? Perché la pianta entra in simbiosi col tartufo per ricevere i sali minerali? Potrebbe intensificare il suo apparato radicale, invece si affida alle ife del tartufo e questo ci fa supporre che lo faccia per un motivo di qualità di sali oltre che di quantità. E possibile allora suppore che un trasporto energetico, ossia elettrico avvenga fra la rete miceliare e le radici attraverso un connettore che si chiama micorriza! Questo argomento induce a prendere in considerazione la presenza di acqua nel suolo quale elemento base della soluzione circolante indispensabile allo scambio e al trasporto ionico. Tale argomento può essere parzialmente governato e influenzato particolarmente nei mesi estivi ricorrendo ad un calibrato soccorso idrico che eviti la lisciviazione del suolo delle tartufaie, ossia il dilavamento dei nutrienti .Altro argomento di attualità é la necessità di uno studio approfondito sul rapporto delle piante comari come la vite, lulivo, la rosa e altre con la pianta simbionte volto a stabilire le vere motivazioni dellinfluenza che queste presenze vegetali esercitano sulla produzione del carpoforo. A tal fine sono in corso ricerche in equipe fra pedologo, botanico, geologo e tartufaio per focalizzare linfluenza e il reciproco rapporto nellassociazione presente sulla tartufaia fra altofusto, arbusti e piante erbacee daccompagnamento. Le piante comari, che scientificamente si possono definire sinergiche sono endomicorriziche quindi non atte a contrarre rapporti nutrizionali diretti col tartufo. Si può tuttavia ipotizzare che la loro presenza possa apportare migliori condizioni edafiche di differenziazione e sviluppo: una maggiore ossigenazione e struttura del suolo, una migliorata percolazione dellacqua nel profilo con rlativo trasporto di nutrienti, determinate dai loro apparati radicali, agisce in tal senso. Il pedologo ha chiarito molte particolarità del terreno, e, il tartuficoltore si é reso conto che la pacciamatura fatta con balle di paglia genera asfissia e provoca unazione riducente sul terreno dovuta alla concentazione idrogenionica (pH) che si sposta su valori inferiori a 7, facendo virare la produzione di T.melanosporum a T. brumale e altri tartufi inferiori. Dagli anni 70 la tartuficoltura, almeno in Italia, non ha spaziato molto e si é affidata ad un vivaismo, arbitrario e non controllato, volto per lo più a ricavare utili. Non sono mancate però esperienze interessanti quali la moltiplicazione del nocciolo anziché dal seme, da margotte su polloni di piante già produttrici e con terra della tartufaia (Fig. 1). Limportanza intrinseca di questa sperimentazione, consiste, anche per chi crede nellereditarietà alla propensione tartufigena, nel fatto che, contrariamente al seme la margotta trasmette detta eredità genetica alle piante discendenti. Nel futuro della tartuficoltura cé sicuramente il recupero di tartufaie ferme che per motivi vari non producono più. Occorrerà individuare le ragioni biologiche dellarresto produttivo, rimuoverle per riportare gran parte di queste tartufaie alla produzione. E un patrimonio che non si può abbandonare. In Italia esistono migliaia di tartufaie di melanosporum sconvolte dalla zappatura di sconsiderati. In Francia, dal Var, alla Provenza, al Perigord esiste una infinità di tartufaie di melanosporum abbandonate dagli anni 70 a causa della messa a dimora di piante micorrizate . Sarebbe utile censire e mettere in atto quelle tecniche già sperimentate in Italia, per riattivarle, perché per la Francia é il il tartufo più importante. Laffermazione commerciale del magnatum per le sue doti nella ristorazione non puo permettere una stasi o un rallentamento della ricerca sperimentale ed é necessario rimuovere le cause che hanno diminuito la sua produzione. Il tartufo nero e bianco sono due grosse realtà Italiane, ma mentre la coltivazione del nero é ormai una realtà socio-economica notevole e di sicuro futuro, la produzione del bianco deve ripartire dalla salvaguardia delle tartufaie naturali in produzione, il recupero di quelle rese sterili da condizioni varie, ma tutte provocate dalluomo: lavorazione dei campi con mezzi pesanti che erodono, lungo i fossi, lhabitat del magnatum, cementificazione dei fondovalle secondo pseudo bonifiche, dissennate, taglio di piante simbionti, uso scorretto di prodotti chimici quali fertilizzanti e diserbanti, ricerca scientifica e vivaismo quantomeno discutibili, accanimento sulle tartufaie di una moltitudine di cavatori improvvisati e ignoranti che con strumenti inadeguati tagliano radici e le scoprono, in grande carenza di vigilanza specifica come invece viene svolta per caccia e pesca. In riferimento al tartufo si é sempre parlato molto di animali che partecipano al suo ciclo riproduttivo, dagli insetti, agli uccelli ai mammiferi, ma molto poco dellattore principale nella filiera del tartufo: il cane. La legge Italiana recita: la raccolta dei tartufi deve essere effettuata collausilio del cane, in realtà é il cane che cerca i tartufi con lausilio delluomo. E utile chiarire che non esiste un cane da tartufo, ma i cani da tartufo di varie razze, dotate ciascuna di caratteri rispondenti alle diverse caratteristiche degli ambienti di produzione. Il futuro vede un cane veloce per la raccolta nelle piantaggioni (Fig. 4), un cane calmo per scovare un magnatum appena maturo ad una profondità di mezzo metro (Fig. 2), un cane da riporto per i tartufi abbondanti e superficiali (Tuber aestivum e sue varietà) (Fig. 3) e, da quando sarà eliminata la quarantena internazionale, un cane di piccola taglia da portare con se in aereo per andare in tutta Europa, in Tasmania, nellOregon, in Africa e in Cina per raccogliere tartufi locali. A proposito di Cina sarebbe interessante cavare con i cani il famoso tartufo indicum, perché i tibetani lo raccolgono immaturo, con le zappe, mascherandone le qualità; si potrebbe così veramente conoscerne il valore. Sarebbe utile iniziare a diffondere l ANALISI SENSORIALE, per insegnare alla gente come si può semplicemente con la vista, il tatto, il gusto e lolfatto distinguere il tartufo cinese dallottimo T. melanosporum, evitando parecchie frodi. La patria del tartufo é lEuropa e nel prossimo futuro dovrebbe sorgere attorno a questo nobile TUBERO una federazione intenazionale raggruppante Francia Spagna e Italia. Si auspica che tale Raggruppamento Europeo venga alla luce durante il congresso internazionale di Aix; i presupposti ci sono. Da alcuni anni i Presidenti delle federazioni italiana e francese si sono incontrati più volte per impostare unazione comune per la ricerca sperimentale in tartuficoltura, per la formazione professionale e per la realizzazione di una legge e normativa europea relative alla filiera del tartufo. Lincontro recente di italiani e francesi nella città francese dei profumi, con i loro tartufi e i loro cani, ha dato vita alla prima manifestazione bilaterale con un concorso di cani da ricerca ed una presentazione gastronomica, in una stupenda cornice come possono essere Grasse e la Costa Azzurra che, con la Liguria, hanno unito per la prima volta due popoli in nome del prezioso TUBERO. |
Riassunto - Alcuni istituti di ricerca
hanno recentemente adottato metodi biomolecolari per esaminare ed identificare
le micorrize. Si deve però constatare che sulle tecniche di micorrizazione
non si sono raggiunti risultati soddisfacenti. Ciò é particolarmente
vero pr il Tuber magnatum del quale é difficile ottenere la germinazione
delle spore, fenomeno che é alla base del processo di formazione
delle micorrize. Si auspica che la ricerca segua nuove vie, sia per ottenere lattivazione delle spore, sia per incentivare lo sviluppo del micelio nella fase vegetativa e sessuale della riproduzione . Significherebbe ottenere il frutto-carpoforo, impropriamente chiamato tartufo, che é il risultato da conseguire concretamente. Anche risolvendo i problemi descritti nella relazione il futuro della tartuficoltura sarà produttivo. |
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Picture No. 1: Micorrizic layer of Corylus avellana Picture No. 2: Bitch of average speed and of a great nose for hunting the T. magnatum. Picture No. 4: Border collie: fast truffle-dog |
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Bibliografia Ceruti A., 1° Convegno sul tartufo e la tartuficoltura, atti
del Convegno |
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