Il tartufo è un fungo che fruttifica sotto terra perciò
profuma per farsi trovare, mangiare e digerire da molti animali per riprodursi
e costituire una estesa catena alimentare.
Il tartufo non è un prodotto agricolo, perché è proprio
a causa dell'attuale agricoltura chimica e meccanizzata che si rischia la
sua estinzione dopo un grave calo di produzione, progressivo.
L'agricoltura moderna scassando il terreno profondamente non permette
al suolo superficiale, che è quello che produce il tartufo, di maturare
pedologicamente.
I trattori pesanti comprimono il suolo provocando l'asfissia del tartufo.
Il trattore ha permesso la lavorazione estrema dei campi con la distruzione
degli argini dei torrenti e dei fossi, habitat privilegiato dal tartufo
bianco.
Il tartufo era il frutto spontaneo della terra, rispettata da una agricoltura
contadina, quella che nei secoli creò le colline del Chianti e delle
Langhe, perciò frutto di una agricoltura che non esiste più.
Il tartufo potrà essere salvato se l'agricoltura meccanizzata
passerà le consegne alla coltura e cultura dell'ambiente.
In termini più espliciti vuol dire che le regioni, nell'ambito della
loro autonomia dall'attuale Ministero delle Produzioni Agricole e Forestali,
dovrebbero passare il settore del tartufo agli Assessorati Provinciali all'Ambiente,
come del resto si evince dal nuovo assetto statale che la bicamerale ha
proprio licenziato in questi giorni.
Il tartufo non è un prodotto di una agricoltura chimica, che invece
di utilizzare l'opera dell'uomo per diserbare e utilizzare i prodotti del
diserbo nell'alimentazione animale, usa veleni indiscriminatamente che uccidono
ogni forma vivente, compresi gli animali che con la loro digestione dovrebbero
permettere la germinazione delle spore e perciò la riproduzione dei
tartufi.
Noi italiani non permetteremo mai di usare diserbanti per diserbare le tartufaie
di nero pregiato, come fanno i francesi.
E' una pratica che non riusciamo a comprendere, perché queste tartufaie
si diserbano con i loro mezzi automaticamente.
Sicuramente altro motivo perché il tartufo deve essere considerato
un prodotto e anche produttore dell'ambiente, perché esso ne è
la cartina di tornasole: se i boschi sono puliti nasce il tartufo, se sono
sporchi e perciò suscettibili di incendio, il tartufo muore.
D'altra parte, il problema degli incendi non si risolve spendendo miliardi
e vite umane con piloti e aerei allo sbaraglio, ma facendo forestazione
con essenze forti come le querce che bruciano con difficoltà (e producono
i migliori tartufi ).
Il tartufo è un prodotto del bosco perciò il prossimo "assestamento
forestale nazionale" dovrebbe tenerne conto orientando la forestazione,
dando consistenza alle piante autoctone che in quasi tutta la nazione sono
di essenza forte, eliminando il malinteso di quella forestazione chiamata
pionieristica, fatta con conifere che è alla base dei peggiori incendi
boschivi italiani e francesi.
La tartuficoltura non è frutticoltura con la messa a dimora di
quattrocento piante per ettaro.
La tartuficoltura è massimamente forestazione con piante micorrizate
costituenti con le piante già presenti a micorrizia endogena, dette
volgarmente piante comari, delle associazioni arboree simili a quelle naturali
che producono tartufi.
Tartuficoltura significa rispettare il patrimonio tartuficolo italiano
e difenderlo da sconsiderati e venali vandali che con zappe e tridenti lo
stanno distruggendo. |